Sociale
Typography

La settimana che porta a Pasqua si apre con numeri ancora alti (636 nuovi morti secondo il bollettino di pochi minuti fa, con il totale delle vittime da Coronavirus che sale a 16.523). Il picco del contagio ha una forma piatta, la discesa sarà lunga e graduale. Nei prossimi giorni il Governo - visto che le ordinanze scadono il 13 aprile - dovrà decidere se e quali attività produttive potranno riaprire, se (come ha anticipato il ministro competente) le scuole resteranno chiuse, quali misure di protezione individuale dovranno essere adottate, ecc. 

In questi giorni molti commentatori si stanno - giustamente - esercitando nell'immaginare il piano per la ripartenza dell'Italia. Ma a nostro modestissimo parere, bisognerà attendere che la curva dei contagi segni un abbassamento sostanzioso. Resta un punto interrogativo la ripartenza della stagione turistica, vero motore dell'economia in molte regioni del nostro Paese. 
Sono forse troppo ottimisti quelli che immaginano una ripartenza a molla della nostra economia, pronta ad un rimbalzo poderoso dopo lo stop forzato. La previsione di un calo del Pil del 15% nel primo trimestre di quest'anno è spaventosa. Ma prima dello scoppio dell'emergenza, le previsione erano di un più zero virgola qualcosa, mica grandi numeri. Forse c'è da ripensare a qualcosa della nostra politica industriale?
Ne abbiamo parlato con Mario Volpe, docente di Economia Industriale all'Università Ca' Foscari di Venezia.

Prof. Volpe, l'mergenza coronavirus ci ha trovato impreparati?
Nessuno si aspettava un fenomeno così improvviso, ampio e veloce. Certo non era prevedibile. Ma forse era anticipabile. Faceva parte di uno scenario che avrebbe dovuto rientrare, a livello di politica economica, nella analisi dei rischi, quella che si è soliti fare per molte delle scelte economiche: dalla pianificazione degli investimenti, alle scelte finanziarie, istituzionali e private. L’analisi dl rischio porta con sé la messa a punto di processi di mitigazione, che avrebbe di molto contenuto i danni.

Volpe MarioCi siamo trovati senza dispositivi di protezione individuale, senza respiratori per gli ospedali...
Nella predisposizione delle misure di cura e assistenza alla pandemia in corso, si sta mettendo a nudo come l’Italia non governi in modo sufficiente le catene di fornitura necessarie: dagli strumenti per chi è impegnato in prima linea – mascherine, tute, occhiali, guanti – ai tamponi ed ai reagenti, alle pompe e ai respiratori. Ma come? L’Italia è il quarto paese manifatturiero al mondo, ha una flessibilità e una creatività produttiva superiore a quasi tutti gli altri Paesi e si trova di fronte a strozzature delle filiere produttive che bloccano la produzione di questi beni? L’Italia che è un paese leader nei prodotti medicali, nelle pompe e nella meccanica tradizionale ed avanzata? Le PMI italiane si sono sforzate in questi anni, con successo, di entrare nelle filiere internazionali (le catene globali del valore), esportando i prodotti per chi gestisce le filiere; ma oggi il Paese si trova “spiazzato” dai fornitori degli altri Paesi, quelli che presumibilmente producono le commodities a più basso valore aggiunto e che oggi le bloccano all’interno dei loro confini. In altre parole l’Italia si trova bloccata in una strategia di posizionamento in filiere globali governate da altri Paesi.

Cosa significa questo?
Che i settori che oggi si sono dimostrati strategici non sono stati considerati tali dalla politica industriale del nostro paese. Che fino ad oggi ha considerato strategici settori quali l’acciaio, la meccanica, l’automotive, i trasporti aerei, l’energia. Non sempre con successo, ma con interventi bi-partisan che si sono succeduti nel tempo. Ma nel frattempo il mondo è cambiato: la materia prima cruciale di oggi è quella dei dati, necessari per il coordinamento delle fasi frammentate delle catene produttive, per l’utilizzo delle soluzioni tecnologiche più avanzate, per la realizzazione dei servizi connessi ai prodotti; con la conseguenza che oggi sono strategiche attività diverse, quelle che permettono di governare le reti di produzione. Così nei settori su cui pensavamo di avere abbiamo un presidio – manifatturiero, tecnologico, di qualità, di leadership – ci troviamo ad avere un controllo insufficiente. Ecco dunque un insegnamento importante: dare priorità diversa ai settori, in senso strategico. Anche la corsa all’upgrading con le nuove tecnologie, Industria 4.0 in primis, dovrebbe essere riorientata alle nuove priorità.

Quali dovranno essere queste priorità?
Le aziende che operano in questi settori dovranno privilegiare il mercato interno, ma bisognerà pensare a strumenti di supporto, di incentivo e di compensazione, per la loro rinuncia alle strategie aziendali di pura internazionalizzazione. Tutto questo richiede una politica industriale che ridefinisca le scelte strategiche. Alcuni punti da cui partire potrebbero essere i seguenti: 1) analisi di rischio, con considerazione di scenari inaspettati e messa a punto di processi di risposta; 2) priorità dei settori strategici, anche in funzione dei rischi; 3) incentivi alle aziende private per il rafforzamento dei settori strategici; 4) politica tecnologica adeguata.

Questo sito utilizza cookie di profilazione, eventualmente anche di terze parti. Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più consulta la cookie policy.
x