Sanità
Typography
Sul numero cartaceo di NES avevamo preparato una scheda sull'ultima grande epidemia che aveva interessato tutto il pianeta: la Sars. 

Per chi ha i capelli grigi, l’epidemia di coronavirus che tiene in apprensione tutto il mondo non è la prima. Quasi vent’anni fa, a millennio appena iniziato, il mondo tremò per l’insorgere della SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome).
Si trattava di una forma atipica di polmonite causata dal virus SARS-CoV, apparsa per la prima volta nel novembre 2002 nella provincia del Guangdong (Canton) in Cina.


La malattia, identificata per la prima volta dal medico italiano Carlo Urbani (poi deceduto a causa della stessa), produsse un’epidemia lungo un arco temporale che andò dal novembre 2002 al luglio 2003, determinando 8096 casi e 774 decessi in 17 paesi (per la maggior parte nella Cina continentale e ad Hong Kong).
Questa malattia fu causata da un coronavirus (così chiamato per la sua apparenza al microscopio) che sul finire del 2017 gli scienziati cinesi hanno rintracciato nei pipistrelli comunemente noti come ferri di cavallo, con gli zibetti quali vettori intermediari.
Dal 2004 non si sono più segnalati altri casi di SARS in alcuna parte del mondo.
«La SARS - scrisse nel 2003 Giovanni Rezza, del Laboratorio di Epidemiologia e Biostatistica dell’Istituto superiore di sanità - ha rappresentato la prima minaccia globale del XXI secolo.
Urbani CarloTra il 12 e il 15 marzo 2003, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per la prima volta nella sua storia, ha lanciato un allarme mondiale, raccomandando di rimandare i viaggi provenienti da aree affette o verso le aree infette. Anche l’Italia, come gli altri Paesi europei, ha dovuto far fronte all’emergenza e organizzare adeguate risposte. La morte del medico Carlo Urbani, avvenuta alla fine del mese di marzo, e la coraggiosa presa di posizione dell’OMS, contribuivano a sensibilizzare i mezzi d’informazione di massa, determinando un picco di attenzione quando, all’inizio di aprile, venivano segnalati due casi sospetti di SARS. A metà del mese di aprile, la situazione precipitava a seguito del decesso di una persona con sospetta SARS, rivelatasi poi affetta da una rara infezione batterica contratta in Tailandia (un’area apparentemente “non affetta”).
Preceduta da una conferenza stampa, il 17 aprile 2003 veniva costituita la Task Force sulla SARS del Ministero della Salute.
Sino alla fine di aprile, l’aumento nel numero dei nuovi casi di SARS in estremo Oriente e l’arrivo di alcuni casi sospetti o probabili nel nostro Paese, determinava un livello di guardia piuttosto elevato che culminava, agli inizi di maggio, con la riunione dei Ministri della Sanità europei, a Bruxelles, nel corso della quale si apriva una fase di dibattito serrato sulle misure da prendere a livello aeroportuale e sulla loro potenziale efficacia. Infine, con l’arrivo dell’estate (giugno) e lo spegnersi dei focolai epidemici, da Hong Kong a Toronto e da Pechino a Taipei, iniziava la fase di riflessione sul da farsi nell’evenienza di una ricomparsa della SARS».
Nella sua ricostruzione, Rezza ricorda che a maggio di quell’anno i casi di SARS segnalati in Italia erano 9: di questi casi, revisionati da un sottogruppo della Commissione Ministeriale, 4 venivano confermati come probabili.
«Le procedure di isolamento adottate nei centri clinici che hanno ricoverato casi probabili di SARS sembrano aver funzionato, non essendosi verificati casi secondari di trasmissione dell’infezione ad operatori sanitari. Il nostro Paese ha dato grande importanza al filtro aeroportuale, consistente in uno screening clinico dei passeggeri in arrivo da aree infette, informazioni sulla possibilità di comparsa di sintomi, identificazione e sorveglianza sanitaria dei passeggeri dei voli sui quali erano presenti persone affette da SARS.
Dal momento che la necessità di tali visite di controllo (ivi compresa la misurazione della temperatura corporea con termometri al laser) non è stata condivisa da tutti i Paesi europei, si è resa necessaria l’identificazione dei passeggeri provenienti da aree affette, transitati in altri aeroporti europei, e quindi giunti in Italia (perciò non necessariamente a Roma Fiumicino o Milano Malpensa, gli unici ad avere voli diretti dall’estremo Oriente).
Se da un lato nessuno dei 4 casi probabili è stato direttamente inviato dall’aeroporto all’ospedale, non presentando tali pazienti febbre e altri sintomi al momento del loro arrivo, non si può sottovalutare l’importanza del rinforzo informativo fornito nell’atto dello screening clinico all’arrivo».

Questo sito utilizza cookie di profilazione, eventualmente anche di terze parti. Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più consulta la cookie policy.
x