Sanità
Typography

Intervista al virologo Giorgio Palù. Il nuovo coronavirus (Sars-CoV-2) è in Italia, ma non solo: dalla fase d’importazione dalla Cina alla fase autoctona.
«Bene le misure di prevenzione intraprese, ora bisogna continuare a studiare il virus. Attenzione però: più un virus si diffonde, meno è virulento»

di Gaia Bortolussi

Impossibile ragionare sui numeri e statistiche, certo utili a capire il fenomeno, ma non fissabili ad oggi neanche per qualche ora perché in continua evoluzione a seguito della la diffusione giornaliera dell’epidemia da nuovo coronavirus, chiamato Sars-CoV-2 (mentre Covid-19 è stata denominata la malattia) in più Stati.

Infatti, il numero di persone contagiate dal nuovo coronavirus sono in continuo aggiornamento da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, come anche quello dei Paesi toccati dall’epidemia, non ancora divenuta pandemia ma che, secondo il professor Giorgio Palù – virologo dell’Università di Padova, già presidente della Società italiana ed europea di Virologia - potrebbe diventarlo, nonostante le metodologie di contenimento intraprese, prima di tutto dalla Cina dov’è partito il primo focolaio d’infezione, come in Italia.
La diffusione così veloce dei contagi è figlia dell’era contemporanea, in cui la libera circolazione delle persone per il mondo è continuata anche dopo la comparsa del virus. Da tenere poi presente che è la prima epidemia scatenatasi in piena epoca digitale. Questo non cambia i fatti, ma sicuramente ne dà una diffusione tale che il rischio di info-demia sia molto più forte che in passato.
Ad aggravare tutto, inoltre, le numerose fake news – che proprio nei social network trovano terreno fertile - che hanno iniziato a circolare sul virus e che aggravano ancora di più una situazione già difficile per la popolazione e per il mondo della comunicazione e dell’informazione.
E’ sempre più complicato infatti veicolare notizie corrette, verificate e rivolte all’interesse pubblico, nel rispetto della propria deontologia professionale e, prima di tutto, delle persone coinvolte e degli operatori sanitari.
Per poter fare buona informazione, dove la raccolta di dati e la cronaca dei fatti arriva ad un limite, la cosa più utile è affidarsi ad esperti, a uomini e donne di scienza, che possano spiegare cos’è questo nuovo virus, cosa provoca e come si può combattere. Partiamo da un dato certo: il nuovo coronavirus fa parte di una più ampia famiglia di virus respiratori, i CoV, che, nella maggior parte dei casi e senza complicanze pregresse, causano malattie da lievi a moderate, per semplificare con sintomi simil-influenzali e raffreddori.

Perché il Sars-CoV-2 fa così paura rispetto alle influenze stagionali, quali sono le differenze?
L’influenza, che in questo periodo dell’anno sta raggiungendo il suo picco stagionale, è una malattia epidemica, ogni anno più nazioni ne vengono colpite in sequenza, rispetto alla stagionalità. La correlazione tra influenza “semplice” e Covid-19 è che sono virus respiratori: il primo lo conosciamo dal 2009, già variante del virus del 1918 “la spagnola” ricomparso nel 1977, con il quale l’umanità è da lungo a contatto e che nel tempo ha visto lo sviluppo di un vaccino, con protezione variabile dal 30 al 60%, pur mutando spesso tra i due emisferi terrestri e peggiorando durante l’inverno. Questo perché con il freddo i virus vivono meglio e poi aumentano gli assembramenti al chiuso delle persone, mentre in genere, tutti i virus, si inattivano con temperature elevate.
Quindi anche il coronavirus, con le temperature più alte, potrebbe andare ad esaurirsi. A differenza però dell’influenza, questo nuovo coronavirus è un virus a RNA con genoma almeno quattro volte più grande rispetto a quello dell’influenza, con polarità positiva e direttamente infettivo (mentre l’influenza ha un RNA a polarità negativa non infettivo). La trasmissione per entrambe i virus è aerea, per goccioline di aerosol, quindi il contagio avviene attraverso un contatto ravvicinato (si parla di 1-2 metri tra persone). La resistenza del nuovo coronavirus sulle superfici e sugli oggetti, e quindi la trasmissione dello stesso attraverso esse quale via di diffusione indiretta, è possibile se questi sono stati contaminati e la persona che vi viene a contatto poi si tocca bocca, naso o occhi.
Attenzione però: i virus più letali sono quelli che si estinguono prima, come il virus Ebola con 60-90% di mortalità, Nipah, Hendra con mortalità pari al 30-45%. Virus terribili quindi. Quello che sappiamo, in generale, è che più un virus si diffonde meno è virulento, di questo nuovo SARS-CoV-2 non si sa ancora molto: sembrerebbe molto contagioso ma poco letale.

Fa, dunque, più paura perché si conosce meno a livello scientifico e non ci sono terapie comprovate?
Esatto. Non c’è un vaccino, non c’è terapia per ora. E’ il terzo coronavirus della serie (dopo il virus della SARS del 2002 e della MERS del 2012) che finora ha colpito l’uomo e preoccupa perché è insorto rapidamente, se ne è parlato con ritardo, o meglio, ce l’hanno comunicato in ritardo. Poi i media hanno colpito anche il lato emozionale delle persone e questo ha fatto la sua parte. Ad esempio la pista del laboratorio e dell’attacco biologico ha provocato paura, ma non è reale. Sembra ormai accertato che il virus si sia trasmesso dal pipistrello all’uomo, anche se ancora l’ospite intermedio non si conosce; l’ambiente del contagio parrebbe essere un mercato di pesce e animali vivi a Wuhan in Cina, epicentro dell’epidemia. Infatti SARS-CoV-2, come il virus dell’influenza stagionale-epidemica, che però si è adattato all’uomo anche come proprio serbatoio, è un virus zoonotico (cioè trasmesso dagli animali).
Il nuovo coronavirus è stato isolato ed il suo genoma sequenziato e si è scoperto che per il 90% è identico ad un virus del pipistrello. Uno studio, di recente pubblicato sulla rivista scientifica Science, rivela un dato interessante: un gruppo di ricercatori americani, dell’università del Texas e del centro vaccini dei National Institutes of Health di Bethesda, sono riusciti, in base alla sequenza del virus, a capire tramite la risoluzione della proteina di superficie S come questo virus si sia evoluto adattandosi meglio all’uomo.
Infatti, i coronavirus sono virus a RNA che mutano molto meno di altri quali HIV e i virus dell’influenza e dell’ Epatite C, perché hanno un enzima (3’-5’ esonucleasi) che ripara gli errori e ha la proprietà di ricombinarsi, cioè copiare frammenti del suo genoma da più virus. Avendo risolto la struttura di questa proteina, ci si avvicina alla costruzione di un vaccino e nuovi farmaci. C’è però una procedura da seguire per i vaccini, che prevede una sperimentazione (prima su animale poi sull’uomo) e dunque un vaccino non potrà essere pronto prima di 1 - 2 anni, già essendo veloci. I farmaci finora utilizzati dai medici che curano le persone sintomatiche gravi da Sars-CoV-2 sono inibitori di proteasi di HIV di cui però non conosciamo l’efficacia clinica, o farmaci usati contro il virus Ebola che però è un virus molto diverso; per ora si va per tentativi.

Quali sono le possibili evoluzioni dell’epidemia?
Uno scenario potrebbe essere che questo virus diventi pandemico o che si adatti bene all’uomo perdendo però la sua virulenza (e quindi letalità), quello che forse sta già succedendo con il rallentamento dei contagi, pochi casi gravi e bassa mortalità in prevalenza in persone con salute già compromessa. L’altro scenario è quello che si estingua, come successo per SARS, dopo un anno, con la messa in atto di tutti i possibili mezzi di contenimento e scoprendo l’ospite intermedio del virus.
Il terzo scenario è quello che il Sars-CoV-2 si comporti come la MERS del 2012 con episodi emergenti ancora oggi ogni tanto in alcune parti del mondo. L’importante ora, oltre a contenere e curare, è studiare bene questi virus. Le previsioni catastrofiche per ora sono ingiustificate almeno finché ad affrontare l’epidemia sono Paesi con sistemi sanitari capaci di affrontarla, dove le guarigioni superano di gran netto i decessi o le persone restano asintomatiche. Il vero problema sarà se, o quando, raggiungerà Paesi come l’Africa, non attrezzati con una sanità base, già provati con milioni di casi di HIV, tubercolosi e malaria e quindi con soggetti già cagionevoli.

Come si sta comunicando il nuovo coronavirus?
La conoscenza è sempre elemento fondamentale per affrontare qualsiasi cosa. Informare e comunicare è un dovere per chi lo fa di lavoro, però devono essere diffuse solo notizie corrette e precise, attraverso esperti e istituzioni. Senza ipotesi infondate, allarmismi e senza la corsa al sensazionalismo, perché la questione della salute pubblica è cosa seria ed è, anch’essa, un diritto fondamentale. Si è invece prodotta una certa isteria comunicativa che ha allarmato la popolazione con una polifonia di interventi di sedicenti virologi, psicologi, sociologi, nutrizionisti e spesso con atteggiamenti e posizioni poco chiare e contraddittorie anche da parte di chi ha la responsabilità di gestire la cosa pubblica. Meglio che la comunicazione non dilaghi in modo così allarmistico e continuo, che si diano i numeri precisi sull’epidemia divulgati da parte della protezione civile, dell’OMS e dell’ECDC, tanto sarà il virus a dare presto le risposte sul futuro di questa epidemia. La scienza intanto sta velocissimamente progredendo nella conoscenza della struttura del virus, della sua replicazione, allestendo già i primi preparati vaccinali e farmaci specifici.

Questo sito utilizza cookie di profilazione, eventualmente anche di terze parti. Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più consulta la cookie policy.
x