Sanità
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Con l’epidemia influenzale torna alla ribalta la spinosa questione del sovraffollamento del pronto soccorso e dei ricoveri ospedalieri inappropriati. Infatti, in Italia, in particolare nelle Regioni del Centro-Sud, la mancanza di un’adeguata rete di servizi sul territorio e una cultura centrata sull’ospedale portano molti cittadini a recarsi in ospedale anche per condizioni acute non gravi, aumentando il numero di accessi inappropriati e contribuendo al collasso dei pronto soccorso, come sta accadendo in questi giorni in occasione del picco dell’epidemia influenzale.

Secondo la Fondazione Gimbe, la stessa riorganizzazione della rete ospedaliera, secondo le regole definite dal DM 70/2015, sta avvenendo in maniera molto disomogenea e frammentata, perché in alcune aree del paese esiste una vera e propria desertificazione nell'offerta di servizi territoriali: strutture intermedie, assistenza domiciliare, lungodegenza e riabilitazione, hospice. «Una moderna assistenza sanitaria – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – dovrebbe essere riorganizzata secondo il principio dell’intensità di cura, offrendo una rete integrata di servizi costruita sui reali bisogni del paziente. In altre parole, per migliorare l'appropriatezza organizzativa, il paziente deve essere assistito “nel posto giusto” per risolvere in maniera efficace e sicura i suoi problemi di salute, ma al tempo stesso il sistema sanitario deve investire la “giusta” quantità di risorse economiche».

«Oggi numerose patologie acute a basso rischio – continua il Presidente – continuano ad essere gestite in ospedale, a dispetto dei progressi in ambito biotecnologico e di modelli innovativi di erogazione dell’assistenza che stanno modificando i percorsi diagnostico-terapeutici. Considerato che la letteratura sulle strategie alternative all'ospedalizzazione è molto frammentata e gli studi si limitano a singole patologie, abbiamo analizzato tutte le revisioni sistematiche rilevanti per fornire a decisori, professionisti e pazienti una mappa aggiornata delle evidenze scientifiche, riportando i risultati in termini di mortalità, morbilità, esperienza di pazienti e caregiver e costi».

Secondo le evidenze sintetizzate nel Position Statement GIMBE per varie patologie acute a basso rischio, convenzionalmente trattate in ospedale, l’assistenza può essere erogata in maniera altrettanto efficace e sicura in setting meno costosi con un impatto favorevole, o invariato, sulla soddisfazione dei pazienti. In particolare:

-La gestione ambulatoriale, più o meno intensiva, dopo avvio del percorso in ospedale non presenta differenze statisticamente significative in termini di mortalità, morbilità e soddisfazione del paziente per embolia polmonare, trombosi venosa profonda, polmonite, pneumotorace, diverticolite, colica renale.

-Per le unità di diagnosi rapida, finalizzate ad effettuare rapidamente la diagnosi di alcune malattie (es. neoplasie, anemia di origine sconosciuta) evidenze più limitate dimostrano una riduzione della mortalità e un’elevata soddisfazione dei pazienti.

-Per l’ospedale a domicilio, in cui l’assistenza ospedaliera viene erogata a livello domiciliare, numerose condizioni acute (riacutizzazione di scompenso cardiaco e BPCO, polmonite, urosepsi, cellulite, embolia polmonare, fibrillazione atriale, asma) presentano mortalità, morbilità e soddisfazione di pazienti e caregiver migliori o uguali.

-Nelle unità di osservazione breve intensiva (OBI), dove il paziente viene gestito in spazi dedicati generalmente all'interno del dipartimento di emergenza, nessuna differenza di mortalità per dolore toracico, asma, BPCO, pielonefrite, a fronte di una riduzione della durata della degenza e un’aumentata soddisfazione del paziente.

-I dati relativi ai costi sono eterogenei ma, quando valutati, hanno rilevato un risparmio nella quasi totalità dei casi, per tutte le strategie alternative al ricovero ospedaliero.

«Auspichiamo – conclude Cartabellotta – che le politiche sanitarie tengano in considerazione le raccomandazioni del Position Statement GIMBE, sia per l’aggiornamento periodico degli elenchi dei DRG inappropriati in regime di ricovero ordinario, sia per guidare la riorganizzazione dei servizi sanitari regionali, sia per avviare studi finalizzati a monitorare efficacia e sicurezza delle strategie alternative al ricovero nelle patologie dove mancano robuste evidenze».

 

 

 

 

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