Sanità
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Fabiano, meglio conosciuto come dj Fabo, è morto ieri in una clinica svizzera. Ha salutato i suoi cari raccomandandosi di allacciare sempre la cintura di sicurezza e con la promessa di rivedersi nel mezzo di una "bella festa" nell'aldilà. Tre mesi fa aveva deciso di rivolgersi alla clinica affinché venisse rispettata la decisione di porre fine alle sue sofferenze di disabile grave, a seguito di un incidente stradale che l'ha reso tetraplegico e cieco. Dopo molti appelli alla politica e al Presidente della Repubblica, l'insostenibile sofferenza di Fabiano è finita per sua scelta tramite la pratica dell'eutanasia, che l'ha portato in un'altro Paese, perché lo Stato italiano non lo permette e la legge che dovrebbe regolamentare questa pratica è ferma da dieci anni.

Al di là dei giudizi personali e degli schieramenti politici che si dividono in favorevoli e contrari a queste pratiche è importante soffermarsi e riflettere un attimo sulle motivazioni psicologiche che possono celarsi dietro la scelta intrapresa da dj Fabo o di chi, da malato grave o disabile, sceglie comunque la vita. Per analizzare proprio questi aspetti è intervenuta la psicoterapeuta Margherita Spagnuolo Lobb, Direttore dell' Istituto di Gestalt HCC Italy.

“Chi decide di morire sta esercitando la propria volontà contro una condizione esistenziale insopportabile. Alla base di questo tipo di suicidio c’è il desiderio di tornare ad avere il controllo su di sé e sulla propria vita”. E sui malati che invece decidono di continuare a vivere, la Spagnuolo Lobb spiega: “Stare nel dolore o nel trauma richiede una capacità di sopportazione così grande che spesso deve diventare dissociazione della mente dal corpo. Ma non tutti ne sono capaci”. “Certe condizioni di vita sono umilianti, e contrastano con l’essenza stessa della propria esistenza: Fabo non riusciva a identificarsi con la condizione fisica in cui era ridotto”.

“Chi decide di morire, in qualsiasi condizione lo faccia, sta esercitando la propria volontà contro una condizione esistenziale insopportabile” continua la psicoterapeuta. Volontà che molti considerano legittima; altri invece sono più inclini a pensare che il compito di chi soffre sia quello di accettare una condizione di vita che non vorrebbe. “Ciò che scatta nella mente di un malato che decide di morire è una sofferenza così grande da superare la voglia di vivere, impulso connaturato agli esseri viventi, ma è anche una decisione forte e netta di rifiutare certe condizioni di vita. Il processo che incide maggiormente nella decisione di questo tipo di suicidio è proprio il desiderio di tornare ad avere il controllo su di sé e sulla propria vita” continua l’esperta.

Ci sono, poi, casi di malati che invece decidono di andare avanti con tutte le forze e continuare a vivere. “Sono due casi estremi. Chi decide di continuare a vivere in condizioni limitanti accetta un limite così forte che inevitabilmente lo pone in contatto con qualcosa che è più grande di lui. Decide di non esercitare la propria volontà e il controllo sulle condizioni di vita, decide di lasciarsi attraversare dal cambiamento, di onorare il proprio limite riconoscendo una realtà più grande della propria volontà” spiega la dottoressa Spagnuolo Lobb. “Stare nel dolore o nel trauma richiede una capacità di sopportazione così grande che spesso deve diventare dissociazione della mente dal corpo. Dissociazione che è una capacità positiva, perché consente di sopportare il dolore e di continuare a vivere con le funzioni mentali che restano. Ma è una capacità che non tutti hanno o scelgono di avere, per questo non si può etichettare come giusta o sbagliata l’una o l’altra decisione. Si può solo cercare di capire che cosa può portare un malato a scegliere l’eutanasia piuttosto che la vita”.

 

 

 

 

 

 

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