Sanità
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Sabato 4 febbraio 2017 si celebrerà la Giornata Mondiale contro il Cancro promossa dall’UICC (Unione Internazionale Contro il Cancro), organizzazione non governativa, che rappresenta migliaia di associazioni impegnate contro la malattia. “Combattere il cancro con la Prevenzione” è il tema al centro della Giornata sostenuta, tra l’altro, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo slogan scelto per quest'anno è “We can, I can”.

Un messaggio di speranza e lotta da appoggiare tutti assieme, sostenendo la ricerca, non lasciando soli i malati e le loro famiglie, promuovendo la prevenzione e gli stili di vita sani.

“We can, I can” è quello che devono aver pensato anche Alessandra, Carmen, Elisabetta, Giulia, Laura, Manuela, Stefania, Valentina e Vanda; le “Kemioamiche”, che fanno della loro unione lo loro forza e allo stesso tempo la vogliono trasmettere anche a tutti noi.

Con queste nove donne la lotta contro il tumore al seno è al centro di un docureality, che diventerà anche un musical, “Kemioamiche”. Un programma in sei puntate prodotto da Kimera Produzioni per Tv2000 (canale 28, 140 Sky, 18 Tivùsat) e Real Time (canale 31 del Gruppo Discovery Italia).

La prima puntata andrà in onda su entrambe le emittenti, alle 22.10, proprio sabato 4 febbraio in occasione della giornata mondiale contro il cancro. Le successive verranno trasmesse da Tv2000 in prima serata il martedì, a partire dal 7 febbraio, e su Real Time a marzo.

Le nove donne protagoniste sono alle prese con la malattia, con vite diverse, ognuna con la propria famiglia e il proprio lavoro, ma accomunate dalla scoperta di un cancro al seno. A “Kemioamiche” raccontano lo smarrimento che segue la diagnosi della malattia, la paura che accompagna l’inizio di un percorso non facile, il terrore di non farcela, la speranza della guarigione. Le loro storie si intrecciano durante la chemioterapia, passaggio efficace e fondamentale per la cura del tumore al seno ma che le espone a ulteriori prove: la debolezza fisica, i malesseri, la sospensione temporanea della normale vita quotidiana.

“Kemioamiche” è il nome della chat creata da Laura per condividere tutto questo nella convinzione che i momenti più difficili possono e devono essere affrontati insieme. Tra le prove più dure c’è la perdita dei capelli provocata dalla terapia, un’ulteriore mutilazione della femminilità per chi ha già subito l’asportazione dei seni, ma anche per chi non ha fatto ancora l’operazione.

E’ come mettersi a nudo, perdere ogni difesa, e nel programma queste nove amiche provano a spiegarlo anche attraverso la musica. Dinanzi alle telecamere che le seguono fin all’interno del Policlinico Gemelli per il consueto trattamento di chemio, le donne di “Kemioamiche” si cimentano in veri e propri intermezzi di musica e ballo in cui, con energia e ironia, non senza esibire la propria fragilità, cantano la voglia di farcela.

“Il tumore è democratico – osserva Chiara Salvo, autrice della serie – e se deve colpire non fa caso al tuo ceto sociale, età, nazionalità o sesso. Tutti lo affrontano, ognuno con il suo carattere, con la sua storia, con il suo sguardo sulla vita, perché l’istinto più umano è la sopravvivenza. Lo ha fatto Wondy, Francesca del Rosso, con la grinta di una madre; lo ha fatto Giusy, anche lei mamma. Lo ha affrontato mio padre, a 84 anni con la voglia di vivere di un trentenne. Loro non ce l’hanno fatta. Ed è a loro che ho voluto dedicare “Kemioamiche”. La serie parla di donne che non solo hanno avuto vissuto, lavorato, fatto le madri e le mogli durante la chemio, ma hanno avuto anche il coraggio di raccontarsi e farsi riprendere mentre cadevano i capelli, mentre avevano la nausea, mentre piangevano e mentre risorgevano. Grazie al Prof. Riccardo Masetti, alla dott.ssa Ida Paris, a Paolo Ruffini e Laura Carafoli, siamo riusciti a trasformare in musica un momento di sofferenza, con in testa un solo obiettivo: gridare al mondo che con la prevenzione, dal tumore al seno si può guarire”.

“Kemioamiche” – dichiara Paolo Ruffini, direttore di Tv2000 – è un programma è bello perché è vero, nasce da un’esperienza che si fa collettiva senza perdere la sobrietà, direi anche il pudore, di ogni storia singola. E insegna che è possibile sfidare il tabù della malattia, che è possibile raccontarla senza cedere alla tv del dolore; che si può guardarla in faccia, nei volti di chi la sta combattendo, e non averne paura; che si può vincerla, che la cura riguarda innanzitutto le persone, la loro anima, il loro spirito, e non solo un organo del loro corpo”.

 

 

 

 

 

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