Sanità
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Febbraio 2011: i carabinieri di Mestre ritirano le patenti di guida a tre under 30 per guida in stato di ebbrezza. Qualche giorno prima, a Rovigo, un giovane padovano (appena 23 anni), sottoposto ad accertamento con l'etilometro, rivela una quantità di alcol nel sangue superiore di ben quattro volte il limite consentito dalla legge. A giudicare dagli articoli di cronaca, il pericoloso binomio "giovani e alcool" è attuale più che mai. Ma i dati reali suffragano questa percezione?
"Il problema esiste, ma non è vero che il fenomeno è così diffuso come si vuole far credere. Se parliamo di minorenni, poi, solo il 6% abusa di alcol. Il restante 94% non lo fa". Giovanni Serpelloni, capo dipartimento delle politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, punta il dito contro quella tendenza odierna di mostrare la gioventù come una massa di bevitori incalliti. Per l'esperto, infatti, il problema dell'abuso di alcol esiste, ma è più complesso di quello che si può immaginare. Semplificarlo con qualche frase ad effetto, non aiuta a comprenderlo. "Si è abbassata l'età del primo bicchiere – conferma Serpelloni – ci sono giovani che assaggiano per la prima volta il vino a 11, 12 anni. Ma non sempre la prima volta è il trampolino di lancio per altre bevute". I giovani bevitori sono la minoranza: si va da un minimo di 6% ad un massimo di 25%, in base alle fasce di età. "Abbiamo ormai capito – continua Serpelloni – che il giovane che abusa di alcol lo fa se sussistono alcuni fattori. Primo è il fattore genetico, seguito da quello ambientale e sociale". "Inneggiare alle bevute di gruppo – conclude l'esperto – con termini fuorvianti come ad esempio "la felicità", certo non aiuta: in Francia è fuorilegge".

 

Ines Brentan

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