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I risultati di un progetto regionale di prevenzione coordinato dall'U.O. Sanità Penitenziaria dell'Ulss 6 Vicenza

Sono circa 50 ogni anno i suicidi nelle carceri italiane, e il problema non riguarda solo il nostro Paese naturalmente: il tasso di suicidi in carcere è ovunque elevato e costante nel tempo, superiore a quello della popolazione in generale. La capacità del sistema sanitario e del sistema penitenziario di integrarsi, di approfondire la conoscenza del fenomeno e di adottare strategie di prevenzione costituisce dunque un obiettivo prioritario. Anche l’OMS ha fornito fin dal 2007 alcune importanti indicazioni per la prevenzione del fenomeno, tra le quali due in particolare possono costituire il punto di partenza per creare una comune sensibilità di chi opera in carcere e migliorare la comprensione del disagio dei detenuti. La prima riguarda l'organizzare di corsi specifici di addestramento (e di aggiornamento) per il personale di Polizia Penitenziaria e per gli operatori sanitari, per aiutarli a riconoscere i detenuti a rischio suicidio; il secondo suggerimento tocca invece i temi della comunicazione e dello scambio di informazioni tra il personale sanitario e penitenziario sui soggetti a rischio.
Su queste basi, con delibera del 2013, la Regione Veneto ha finanziato un progetto di Prevenzione del Suicidio in Carcere e negli Istituti Minorili, affidandone il coordinamento sul piano scientifico all'Unità Operativa Sanità Penitenziaria dell'ULSS 6 Vicenza. Dopo due anni di lavoro, i risultati vengono presentati oggi a Vicenza, in occasione di un convegno rivolto a tutti gli operatori del sistema penitenziario regionale. «Si tratta di un progetto di grande rilievo - sottolinea il dott. Salvatore Barra, direttore dei Servizi Sociali e della Funzione Territoriale dell'ULSS 6 - sia per la delicatezza del tema, sia per la complessità dell'ambiente sul quale si è intervenuti, che come noto è sottoposto a pressioni molto forti in termini di numero di detenuti rispetto alle caratteristiche delle strutture, difficoltà delle situazioni personali dei detenuti e complessità nell'attuazione di efficaci percorsi di recupero. Con questo lavoro portiamo un contributo importante, anche nell'ottica di uniformare i protocolli di prevenzione tra i diversi istituti di pena».
Obiettivo del progetto era in particolare migliorare le conoscenze del personale che opera in carcere sul rischio suicidio e i comportamenti autolesionisti in genere, monitorandone allo stesso tempo le condizioni di stress lavorativo. Parallelamente, l'iniziativa era finalizzata alla costituzione di un gruppo di "esperti facilitatori" composto da personale sanitario e penitenziario che - dopo la fase formativa - collabori attivamente nella stesura e attuazione di un piano di prevenzione nei vari istituti di pena della regione e più in generale sia di riferimento per successive iniziative all'interno delle varie strutture.
«All'interno dell'ambiente carcerario - spiega il dott. Stefano Tolio, responsabile dell'U.O. Sanità Penitenziaria dell'ULSS 6 Vicenza e coordinatore del progetto - c'è davvero una grande concentrazione di possibili fattori di rischio. Ad esempio il fatto di avere alle spalle esperienze di abbandono o violenze nell'età dell'infanzia e dell'adolescenza, piuttosto che l'essere affetti da disturbi antisociali e manifestare comportamento border line, fino alle patologie psichiatriche vere e proprie, in primis la depressione. Anche i disturbi cognitivi possono essere un fattore significativo, sia quelli congeniti sia quelli acquisiti, magari a seguito di una lunga storia di tossicodipendenza. Un altro tema molto sentito è la solitudine, per quei detenuti che non hanno al di fuori del carcere un nucleo familiare o comunque un contesto sociale di riferimento. E vi è poi il problema della dipendenza dalla droga. Anche la posizione giuridica può essere un fattore significativo: risultato più a rischio ad esempio i soggetti che sono appena entrati in carcere o al contrario quelli che sono in carcere già da molti anni e hanno davanti a sé ancora un tempo molto lungo di detenzione, così come a rischio risultano essere i detenuti ancora in attesa di giudizio. Questi sono tutti fattori di rischio riconosciuti in letteratura ed è facile intuire come in un carcere, per una serie di situazioni, si ritrovino in una concentrazione del tutto fuori dall'ordinario, al punto di poter dire che risultano a rischio di suicidio tra il 50 e il 60% dei detenuti».
A fare la differenza, nel concretizzarsi o meno di questi fattori fino alle estreme conseguenze, è l'ambiente. «Il carcere - sottolinea ancora il dott. Tolio - può esasperare o contenere questo rischio e va sottolineato come questa sia una responsabilità che tocca tutti gli operatori».
Partendo da questa premessa, il progetto regionale di prevenzione ha quindi voluto intervenire proprio sull'elemento ambientale, ovvero sul personale che opera nelle carceri.
A questo scopo è stata condotta una ricerca preliminare sugli operatori al fine di indagare, mediante un questionario con risposte volontarie e anonime, la condizione di chi lavora all'interno delle carceri venete e la loro opinione personale sul suicidio. Al questionario ha risposto un campione molto ampio, data la delicatezza del tema: circa 360 operatori sui 1.600 dipendenti del sistema carcerario regionale. «I risultati hanno confermano tutta la difficoltà di svolgere questo lavoro, come evidenziato dagli elevati livelli di stress riscontrati. Livelli che risultano maggiori in particolare, come prevedibile, tra chi ha un'esperienza lavorativa ancora ridotta o al contrario è più vicino alla pensione».
La seconda fase del progetto ha visto l'organizzazione di una specifica attività di formazione e prevenzione rivolta direttamente al personale penitenziario e sanitario, mediante incontri nelle singole carceri per approfondire i fattori di rischio del suicidio e parasuicidio e il riconoscimento dei soggetti con un'elevata probabilità di compiere gesti autolesionisti.

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