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Si stima siano circa 85.000 le persone che in Veneto soffrono di depressione maggiore. Il percorso di sensibilizzazione di Fondazione Onda dal titolo “Uscire dall’ombra della depressione” vuole facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate.

Tra le varie conseguenze del Covid-19 c’è anche l’aumento di ansia, depressione, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha parlato di un’emergenza anche psichica. La depressione, in particolare, è riconosciuta come prima causa di disabilità a livello mondiale e riguarda circa 3 milioni di italiani, di cui circa 1 milione soffre della forma più grave, la depressione maggiore.
Considerando solo il Veneto, dai dati Istat si stima che circa 85.000 veneti soffrano di depressione maggiore, di cui oltre 10.000 non rispondono ai trattamenti, secondo la rielaborazione su base regionale dei dati dello studio epidemiologico italiano Dory, volto a identificare, attraverso un’analisi di database amministrativi, i pazienti affetti da depressione resistente.

In tale contesto, Istituzioni e rappresentati locali a livello medico, assistenziale e sociale si sono confrontati su come affrontare più efficacemente la malattia, superare lo stigma associato alla depressione, facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate. Questa tappa veneta ospita una delle undici tavole rotonde, riorganizzate in forma virtuale a causa dell’emergenza sanitaria, da Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere. Fanno parte del percorso di sensibilizzazione “Uscire dall’ombra della depressione”, un’occasione istituzionale volta a presentare anche in questa Regione il Manifesto Uscire dall’ombra della depressione. L’iniziativa gode del patrocinio della Regione del Veneto, delle società scientifiche SIP - Società Italiana di Psichiatria e SINPF - Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, di Cittadinanzattiva e Progetto Itaca, ed è stata organizzata con il contributo incondizionato di Janssen Italia, l’azienda farmaceutica del Gruppo Johnson & Johnson.

“Il tema della depressione è importante e delicato”, spiega Corrado Barbui, Direttore del Centro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la Ricerca in Salute Mentale dell’Università di Verona. “Un primo elemento di delicatezza si riferisce alla nostra abitudine a un ragionamento di tipo biomedico in cui si pone diagnosi, si valuta la prognosi e si introduce un trattamento. Per la depressione questo approccio va riconsiderato all’interno di un ragionamento di salute pubblica, in cui al primo posto ci sono le strategie di prevenzione della depressione e, più in generale, di promozione della salute mentale. La ricerca scientifica ha identificato una serie di determinanti sociali della salute mentale, come la povertà, l’insicurezza sociale, la carenza di reti relazionali, che aumentano il rischio di sviluppare depressione. Dobbiamo quindi trattare le persone depresse, ma questo deve avvenire nel contesto di un sistema di salute pubblica che si occupi di ridurre e annullare l’effetto deleterio di questi determinanti sociali di disagio, grazie anche al contributo della ricerca scientifica che ha identificato una serie di azioni efficaci. Un secondo elemento di delicatezza è che queste azioni devono avvenire sul territorio, non negli ospedali che sono luoghi di cura e non di prevenzione, e devono chiamare a raccolta non solo gli operatori della salute mentale ma anche molte altre tipologie di professionisti e stakeholder”.
La depressione, inoltre, ha un forte impatto sulla qualità della vita e sui costi sanitari e sociali che risultano molto elevati. I costi diretti non sono l’unico tassello da tenere in considerazione se si vuole cogliere appieno il peso economico e sociale di questa patologia. I costi indiretti (sociali e previdenziali) la fanno da padrone in quanto rappresentano il 70% del totale dei costi della malattia, con un forte impatto sulle giornate perse da lavoro ed incremento della disabilità. Tra i costi indiretti c’è anche quello legato agli assegni ordinari di invalidità e alle pensioni di inabilità, che si aggira intorno ai 106 milioni di euro, pari a 9.500 euro annui a beneficiario. Nel Veneto, secondo un’analisi dell’EEHTA del CEIS (Economic Evaluation and HTA CEIS) basata su dati del 2015, tali prestazioni di invalidità previdenziale vengono concesse a 0,7 persone con depressione maggiore ogni 100.000 abitanti. Analizzando la situazione per provincia, a Vicenza sono state accolte 1,6 domande di invalidità previdenziale ogni 100.000 abitanti, a cui seguono Verona con 0,8, Treviso con 0,6, Padova, Belluno e Venezia con 0,5 e infine Rovigo con nessuna domanda accolta.

“Questi incontri regionali rientrano nel percorso intrapreso da Onda nel 2019 per accendere i riflettori sul tema della depressione”, commenta Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda. “Nel 2019 è stato presentato alla Camera dei Deputati il Manifesto ‘Uscire dall’ombra della depressione’, una call to action in dieci punti che ha raccolto il consenso di un gruppo di Parlamentari di Senato e Camera per mettere in atto azioni concrete sul fronte della prevenzione e della facilitazione nell’accesso ai percorsi di diagnosi e cura. I primi risultati di un’azione di lobby positiva si sono già visti con la recente approvazione di un emendamento al DL Rilancio in Commissione Bilancio legata alla possibilità per gli Enti del Servizio sanitario nazionale di ampliare l’organico per fornire supporto psicologico alle persone colpite da Covid-19 e l’impegno della Commissione Igiene e Sanità del Senato di promuovere un’evoluzione normativa dei LEA che abbia quale punto focale la prevenzione. Il rinnovato supporto dell’On Rossana Boldi, “madrina” del progetto, nel far calendarizzare in Aula la Mozione depositata da tempo, ci conforta nella decisione di proseguire a livello territoriale l’impegno nei confronti di questa patologia con l’organizzazione di undici tavole rotonde regionali. Dopo aver fatto tappa in Campania, Lazio, Lombardia, Sicilia e Piemonte, siamo oggi in Veneto per poi proseguire in Puglia, Emilia-Romagna, Sardegna, Calabria e Toscana. L’obiettivo che ci proponiamo è declinare i dieci punti del Manifesto a livello regionale, facilitare la costituzione di gruppi inter-consigliari, superare lo stigma nei confronti di questa patologia e migliorare l’accesso alle cure, a beneficio della qualità di vita dei pazienti che soffrono di depressione. Azioni che si sono rese più necessarie dopo il lockdown e il distanziamento forzato a seguito dei quali è previsto un aumento dei casi di depressione che potranno arrivare a sfiorare i 3.500.000 a causa della crisi economica, sociale e affettiva”.

“Janssen è impegnata da oltre 60 anni nel campo della salute mentale. In questi decenni, abbiamo sviluppato ben 2 molecole ritenute fondamentali dall’OMS per il trattamento della schizofrenia e la nostra attività di ricerca e sviluppo ci permetterà di portare presto in Italia e nel mondo la prima vera innovazione nel trattamento della depressione maggiore dopo decenni”, dichiara Massimo Scaccabarozzi, Presidente e Amministratore Delegato di Janssen Italia, l’azienda farmaceutica del Gruppo Johnson&Johnson, che ha sostenuto l’iniziativa. “La nostra presenza qui oggi rappresenta il segnale concreto del nostro impegno nel promuovere momenti di confronto costruttivo tra tutti gli attori coinvolti, particolarmente in un momento critico come quello che stiamo vivendo da mesi. La depressione è una malattia vera e propria e i pazienti che ne soffrono devono essere aiutati con i percorsi di diagnosi, trattamento e sostegno più appropriati. E questo è un obiettivo che si può raggiungere solo insieme: operando tutti come sistema, accanto alle persone che soffrono di depressione e ai loro familiari”.
“L’impostazione degli interventi da parte della Regione Veneto in ambito di salute mentale è basata sui principi di rispetto della dignità della persona, del riconoscimento del bisogno di salute, dell’equità dell’accesso all’assistenza, della qualità e dell’appropriatezza delle cure, della forte integrazione fra area delle cure sanitarie e l’area delle iniziative socio- relazionali”, aggiunge Fabrizio Boron, Presidente Commissione Sanità, Regione Veneto. “Importantissima è la centralità del paziente ed il coinvolgimento attivo dell’utente e della famiglia nella partecipazione al progetto terapeutico, privilegiando il lavoro sulle risorse della persona rispetto alle terapie farmacologiche e al contenimento. Altrettanto importanti sono il sostegno ed il raccordo della rete informale con la rete formale per garantire al paziente una risposta flessibile e continuativa: va pertanto incentivata la collaborazione con le Associazioni di volontariato e il privato sociale, favorendo e consolidando nel territorio la presenza di reti informali caratterizzate dall’insieme delle relazioni. Il modello organizzativo regionale delle cure nell’ambito della salute mentale è rappresentato dal Dipartimento di Salute Mentale (DSM), dipartimento strutturale transmurale istituito all’interno di tutte le 9 ULSS della Regione del Veneto con funzione di “core” per la prevenzione, cura e riabilitazione di qualsiasi forma di disagio psichico nell’ottica di un miglioramento della qualità di vita e produttività dell’individuo e della rete sociale a questo prossima nonché familiari, parentali, amicali, di vicinato, di auto-mutuo-aiuto”.

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