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Dal 12 marzo l'Italia è in zona rossa: negozi chiusi, spostamenti limitati. E a Venezia regna il silenzio

Il garrito dei gabbiani è l’unico suono che rompe il silenzio irreale di Venezia. Da qualche ora è entrato in vigore l’ultimo decreto della presidenza del Consiglio dei Ministri, datato 11 marzo. “Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci con più calore domani”, ha detto il premier Giuseppe Conte, illustrando la stretta finale disposta dal Governo per frenare la diffusione del coronavirus covid-19. Da stamattina – oggi è giovedì 12 marzo - negozi chiusi, bar e ristoranti con le serrande abbassate in tutta Italia.

Venezia è silenziosa. Il continuo vocio che si incontra quando cammini per le calli, il miscuglio di lingue dei turisti – 30 milioni quelli che l’anno scorso avevano invaso campi e campielli – oggi tace. Per la prima volta, in un paio di decenni di frequentazione della città lagunare, al parcheggio di Piazzale Roma che di solito trabocca di auto e ti costringe a lasciare la macchina al sesto, settimo o ottavo piano, puoi fermarti al piano terra. Appena usciti, sulla destra, lo spiazzo del Tribunale è vuoto: le udienze – a parte le urgenze – sono rinviate a dopo il 22 marzo. Il capolinea degli autobus è deserto, piccoli capannelli di autisti – quasi tutti con la mascherina – sono le uniche presenze.

Su per il ponte di Calatrava, poi su quello degli Scalzi, a riecheggiare sono solo i passi dei pochi pedoni. I negozi di maschere e chincaglierie sono tutti chiusi, la città sembra grigia, senza colori. Fuori da un supermercato ci sono cinque persone, tutte con la mascherina, aspettano il proprio turno per entrare. Una signora,  con il tradizionale carrellino per trasportare la spesa, regge in mano un paio di guanti da cucina. “Non ho trovato quelli monouso in farmacia”, mi spiega, “penso che questi mi proteggano lo stesso”.

Sono passate da poco le 13.30, sulle porte di ristoranti e ‘bacari’ – i locali che di solito propongono i caratteristi ‘cicheti’ - campeggiano fotocopie del decreto del governo, cartelli preparati in fretta e furia stamattina con scritto a pennarello: “Riapriamo il 26 marzo”, “Ci vediamo dopo il 3 aprile”, a dimostrazione della incertezza provocata da 3 provvedimenti governativi in quattro giorni.

Da dietro le porte e le finestre emergono rumori di piatte e stoviglie, le risate di qualche bambino. Le famiglie sono riunite a tavola come avviene ormai solo la sera, o nei fine settimana. In sottofondo le voci dei telegiornali, gli aggiornamenti sul coronavirus.


Campo San Polo è il secondo più grande di Venezia, superato in ampiezza solo da piazza San Marco. Da pochi giorni è stata smantellata la pista di pattinaggio allestita durante le vacanze natalizie. Non c’è – come accade spesso – nessun bimbo che giochi a pallone o che giri in bicicletta. Due finanzieri – sul campo si affaccia palazzo Corner Mocenigo, sede delle Fiamme Gialle – si avvicinano: “Buongiorno”, mi dicono. Mi squadrano, ma nessun controllo di certificazione o documenti.

La strada del ritorno è ancora più vuota e silenziosa. Non ci sono gondolieri in giro, le barche che navigano tra rii e canali sono pochissime. Non ci facciamo quasi più caso, ma eravamo assuefatti al rollio dei motori delle barche, allo sciabordio delle onde contro i muri e le rive. Adesso quel cupo ronzio non si sente più. È tardo pomeriggio, l’aria è ancora fredda nonostante tra una settimana cominci la primavera.

I gabbiani volteggiano sul piazzale deserto davanti alla stazione di Santa Lucia. Il loro stridio sembra quasi un urlo di protesta: non ci sono resti di aperitivi, scodelline di patatine sui tavoli, i coni gelato caduti ai bambini su cui planare per mangiare qualcosa.

13621D36 E123 446D B2C2 F4D9AF6647D8Agli imbarcaderi davanti alla stazione ferroviaria non c'è nessuno, i vaporetti che solcano il Canal Grande portano una manciata di persone. Nonostante i posti a sedere all'interno dei battelli siano liberi, stanno fuori, chi a poppa, chi dietro la cabina del pilota, per respirare a pieni polmoni un po' d'aria fresca. 

A piazzale Roma incontro una persona che non vedo da tanto tempo. La tentazione di un abbraccio dura un attimo. “È la forza dell’abitudine”, mi dice, abbassando le braccia. Poi aggiunge: “È incredibile quanto un gesto così naturale, così banale, ci venga impedito”. Ce ne dovremo ricordare quando questo incubo sarà finito, quando potremo “riabbracciarci con più calore”. Oggi manca un giorno in meno a quel momento.

 

 

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