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Sono circa 24mila, in quasi due anni, i test della Piramide alimentare che gli italiani hanno compilato online attraverso Curarelasalute.com (www.curarelasalute.com), il portale web che fa da piattaforma al programma di educazione alla corretta alimentazione e agli stili di vita salutari lanciato nel 2014, a svelare l’analisi statistica dei questionari che fotografa una situazione poco esaltante sulla dieta degli italiani.

Curare la salute è una Campagna d’informazione nata per sensibilizzare la popolazione sull’importanza di uno stile di vita corretto e una sana alimentazione per prendersi cura della propria salute. La campagna ha in particolare l’obiettivo di creare consapevolezza sulle raccomandazioni della comunità scientifica in tema di corretta alimentazione; sensibilizzare sul possibile rischio di carenze di alcuni micronutrienti in particolari situazioni e fasi della vita; chiarire il ruolo dell’integrazione multivitaminica e multiminerale come possibile supporto ad una sana nutrizione per mantenersi in buona salute.

L’iniziativa è nata a seguito della pubblicazione di un documento scientifico scritto da un gruppo di esperti italiani con varie specializzazioni in ambito sanitario - medici e farmacisti - che ha rivisto tutti i più importanti studi scientifici relativi al ruolo rivestito dall’alimentazione ricca di vitamine e minerali nella promozione della salute e nella prevenzione di patologie croniche e al supporto in più offerto dall’integrazione per far fronte a carenze nutrizionali in alcune fasi della vita. Il programma ha il contributo incondizionato di Pfizer Consumer Healthcare e il patrocinio di Adi, Federfarma, Fofi, Simg e Centro studi e ricerche sull’obesità dell’Università degli studi di Milano.

I dati e le evidenze del progetto sono stati forniti alla stampa in una serata organizzata la settimana scorsa a Milano e la fotografia che emerge dall’analisi statistica dei questionari non è delle più esaltanti: come hanno spiegato Isabella Cecchini, direttore del dipartimento Ricerche sulla salute di Gfk-Eurisko, e Michele Carruba, direttore del Centro studi e ricerche sull’obesità, solo un italiano su tre consuma il corretto quantitativo settimanale di pesce (quindi la dieta della maggioranza degli italiani è povera di Omega3), uno su due beve meno di un litro e mezzo di acqua al giorno e solo due su dieci assumono latticini in dosi corrette (da cui carenza di vitamina D).

I dati raccolti evidenziano, dunque, ancora una volta che se il mondo si è distratto sui valori fondamentali, lo ha fatto anche sull’alimentazione. Si mangia generalmente peggio rispetto a qualche decennio fa, anche nelle zone del pianeta in cui la tradizione alimentare e le risorse locali sono più benefiche: tipicamente nell’area mediterranea. Si mangia peggio per tante ragioni.

Innanzitutto per ragioni pratiche: poco tempo per acquistare, cucinare e masticare; perdita del rituale familiare di unità a tavola; indebolimento del valore del pasto rispetto ad altre esigenze, non solo lavorative. Poi per suggestioni sempre più invitanti: fast food e street food, cibi pronti molto accattivanti, privilegio di snack e spuntini sfiziosi a dispetto della pietanza tradizionale. Non mancano problemi economici: le persone devono risparmiare sull’acquisto alimentare e ricorrono spesso ad alimenti economici e di bassa qualità. Si aggiunge poi un fenomeno, non ubiquitario ma rilevante, di produzione industriale che riduce la qualità degli alimenti soprattutto nei loro componenti utili per la salute.

Il risultato è una minaccia importante per la prospettiva di salute. Molto di quanto si mangia è incompleto, favorisce il rischio di malattie, è privo di componenti fondamentali, danneggia la salute e l’estetica del corpo.

Il Global Nutrition Report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità parla crudamente di una “nuova normalità”, legata alla coesistenza nel globo di diverse forme di malnutrizione. Saltano le divisioni nette, a distanza di poche centinaia di chilometri si confrontano problemi derivati dagli eccessi alimentari con quelli indotti dalla privazione.

Nel mondo occidentale, per esempio, esiste una misconosciuta diffusione dell’anemia da insufficiente apporto di ferro e/o acido folico nelle donne fertili: il 29% delle donne in età riproduttiva e il 38% di quelle gravide è affetto da anemia (dati OMS). Un altro dato: la carenza di vitamina D nella popolazione generale europea è stato definito un “fenomeno pandemico” dai ricercatori di uno studio multinazionale in cui risulta una percentuale del 13% di soggetti con livelli di vitamina D inferiori a quelli considerati minimi (<30 nmol/L).

Sovrappeso e obesità non sono soltanto un problema in misura degli adulti italiani: un bambino su tre (dati dell’Istituto Superiore di Sanità) è in sovrappeso (20,9%) o obeso (9,8%). Del resto anche i loro genitori sono probabilmente obesi e spesso non riconoscono i figli come tali.

L’acido folico, indispensabile per la vita dei globuli rossi o per prevenire importanti malformazioni in gravidanza, è ancora diffusamente carente. In molti paesi europei, fra cui l’Italia, la fortificazione delle farine e dei cereali con l’acido folico non è obbligatoria, a differenza di altre nazioni.

Molto c’è ancora da fare, quindi, per assicurare alla popolazione il legittimo diritto a una protezione della salute, a cominciare dal fattore più importante e universale: la corretta alimentazione.

 

 

 

 

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